“lu sartore e lu scarpare” Antonio del Beato Corvi

CUCISCUCI E TACCOFINO

Ma ci sarà da attreversare la Manica…” disse preoccupato Taccofino, il calzolaio, al suo amico.

“ La manica ???, E cosa vuoi che sia, ne ho accorciate, allungate, rivoltate e rattoppate tante nella mia vita” rispose Cuciscuci, sarto dalla  nascita, tanto che si diceva fosse nato con il metro da sarto intorno al collo.

“Allora alla Manica ci pensi tu.”  precisò Taccofino. “ Ma certo e poi la manica è il principio, guarda, guarda”  e distese sul piano da stiro una vecchia carta geografica e il suo dito, inseguito dallo sguardo di Taccofino, disegnò la rotta che avrebbe seguito la nave fino a giungere nelle vicinanze  di quell’isola sperduta nei mari del nord. “ Ecco è qui, è questa la nostra meta.”

“ Ma tutt’intorno vedo solo ghiaccio, moriremo di freddo, caro Cuciscuci:”

“ Noi ? Due reduci della grande e sfortunata campagna di russia ?  Non ti ricordi ?  Proprio tu che hai fatto sì che con la tua arte i nostri scarponi, quasi di cartone, diventassero dei solidi scarponi da neve che ancora oggi sono inimitabili, tu che con la tua

 arte  hai salvato entrambi  ?.”

“ Non dire stupidaggini, caro amico mio, se non c’eri tu  che con la tua bravura hai saputo mettere insieme quegli stracci che erano le nostre divise facendone dei caldi vestiti, un po’ raffazzonati, è vero, ma quello era il materiale,  oggi non saremmo qui a parlare.”

“Certo, certo, ma se tu non riparavi quelle scarpe a quella povera gente che ci ospitava, quelle povere donne  delle isbe, noi non avremmo mangiato  e senza mangiare  non si va lontano.”

“Io solo? Perché tu,  che  hai perfino fatto il vestitino alla cagnetta di Oligonova, quell’armadio a quattro ante che ci ospitò in quell’isba sperduta nella campagna russa”

“Ma la cagnetta se lo meritava,  è stato grazie al suo abbaiare che oggi io e te siamo qui a raccontarcela. In quella tormenta di neve chi avrebbe mai capito che eravamo vicini ad una casa abitata”

“ Certo hai ragione, è vero, è vero. Io, scarpe da donna numero 48 non l’avevo mai ne viste ne fatte .”

“Ricordo che quando ci venne incontro per un pelo non siamo scappati,  sembrava che ci venisse addosso un carro armato russo, ma poi quelle scarpe che gli hai fatto sembravano uscite allora-  allora  da un negozio.”

“Certo, ci prese per il cappotto e ci portò dentro come due sacchi di farina…. Che dio la benedica , Lei e la cagnetta”-

“ Giusto, e quindi ora hai paura di un po’ di freddo che comunque li non c’è anche se siamo circondati dai ghiacci ?  Suvvia, non ti riconosco più caro il mio Taccofino”-

“Forse hai ragione, ma allora avevamo vent’anni, ora siamo oltre i 90 anni, è vero che sembriamo due giovincelli, ma temo che lo siamo solo di spirito ma non di fisico”.

“Ma cosa dici guarda” e così dicendo, accennò ad un passo di danza e fece una piroetta.

“Se è per questo anch’io sono in perfetta forma, ma in più … si certo… ho qualcosa, meglio posso far qualcosa di magico… ora che ci penso il mio bisnonno, prima di andarsene , faceva anche lui il calzolaio, un giorno mi chiamò e mi disse: “ Caro Luigi, il giorno in cui io dovrò incamminarmi verso quel monte, e tu sai a cosa mi riferisco, ricordati che sotto al deschetto, incastrata in un cassettino segreto c’è un  coltello magico. Tutto quello che taglierai con quell’arnese sarà indistruttibile perché potrà essere distrutto solo dalla stessa lama  e chi  calzerà quelle scarpe anch’egli sarà indistruttibile, ma non potrai realizzare scarpe per te, così come io non ho potuto fare scarpe per me , ma solo per una persona che tu giudicherai degna della tua amicizia e veramente tua amica .Ebbene io caro Giuseppe farò un bel paio di scarpe per te così almeno tu vivrai sicuramente bene in quell’isola in cui  vuoi andare, io ti seguirò e starò con te finché lo vorrà il mio destino.”

“Amico mio, staremo sempre insieme, perché anche la mia nonna nella sua cassetta di cucito mi ha lasciato un magica rocchetto  di filo dicendomi appunto ne più e ne meno quello che ti disse il tuo bisnonno. Tu avrai un vestito cucito con quel filo e vivremo insieme tutto il tempo che vorremo su quell’isola e ora all’opera” . Si abbracciarono commossi, e ognuno si diede da fare per confezionare quanto promesso l’un l’altro. Oramai erano anni che dividevano il lavoro nella stessa bottega. L’uno di fronte all’altro, in quei pochi metri quadri, tanti quanti ne servivano per un deschetto  e per un tavolo  da taglio . Fuori, intanto cominciava , ormai inverno inoltrato, a sfioccherellare dolcemente e svogliatamente. Le due candele della stanza restarono accese tutta la notte e i due artigiani la passarono in un prova tu che provo io, ma al mattino ecco due bellissime scarpe nuove ed un magnifico vestito.

Sorse il sole ma la neve che cadeva ne attutiva la forza e la luce. Verso mezzogiorno, la bottega chiuse per l’ultima volta la porta. Due  arzilli vecchietti ne uscirono sottobraccio. Non avevano, valigie, ne fagottini appesi ad un bastone. Si incamminarono lungo la strada che portava fuori città e passo dopo passo sparirono nella neve che scendeva ancora più copiosa e ansiosa di coprire le loro orme.   Perché l’isola della felicità è solo per pochi e la strada si apre solo davanti  a chi sa meritarla.

 dbca 28/11/2011

Un commento:

  1. Bisognerebbe prendere il racconto come esempio nella vita reale…

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