Ma chi ce lo fa fare!

 

Odi et amo.
Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
(Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.)
Certo, questo è il carme con cui il poeta latino whatsapp-image-2016-11-14-at-09-31-22Catullo descriveva tutto il suo travagliato amore per Lesbia, ma nulla ci vieta di volerlo dedicare allo stato d’animo dei volontari della Protezione Civile:
Ma chi ce lo fa fare a lasciare le nostre case calde e comode per passare una turnazione in una tendawhatsapp-image-2016-11-14-at-09-31-43, sopra una brandina e con la terra che trema ogni tanto. Usufruire di giorni di ferie per andare sotto le intemperie, salire scale pericolanti per recuperare effetti e soprattutto affetti di persone che neanche conosciamo (è questa la nostra missione a Tolentino). Lasciare i nostri figli per confortare bambini che neanche conosciamo. Entrare in uno stabile in “zona rossa” per salvare due gatti e un cane. Passare ore seduto sul bordo di una brandina invece di stare comodamente seduti in salotto a guardare la partita. Ecco: chi ce lo fa fare, ma sento che lo dobbiamo fare e lo facciamo senza se e senza ma e la sera con un sorriso di soddisfazione ci accingiamo a mangiare “quello che passa il conventwhatsapp-image-2016-11-14-at-09-31-47o”. Soddisfatti anche quando qualcuno, giustamente più stressato di noi, ci offende e pretendendo l’impossibile ci apostrofa con male parole: “Se non avete voglia che c…o ci venite a fare”, non sapendo che magari quello è il settimo  o ottavo recupero della giornata. Rispondiamo con un sorriso. In fondo nessuno ci obbliga. Sarà forse lo spirito di abnegazione e d’altruismo che la “Penna” ci infonde. Ma la soddisfazione più grande è quella che nel nostro gruppo sono entrati un ragazzo di appena 22 anni (Marco, seduto annoiato sul bordo della branda: Chissà se pensa alla ragazza che rivedrà fra sette giorni o alla cena che tarda ad arrivare o perchè semplicemente stanco) e una ragazza, Miriana, che ha dovuto saltare il turno perchè in settimana deve discutere la tesi -auguri alla neo dottoressa- ma ha già dato l’adesione per la turnazione della prossima settimana alla tendopoli di  Montereale e l’altra Mariachiara che si rammarica perchè il suo datore di lavoro non le dà le ferie. Mi viene da dirle: Miriana. Mariachiara, Marco  ma chi ve lo fa fare. (Francesco Scipione)
Ecco però, ogni volta che facciamo un recupero, c’è una faccia diversa e ogni faccia racchiude una storia. Dal vecchietto che voleva soltanto recuperare quel quadro che dietro nascondeva un doppiofondo pieno di soldi, al ragazzo cui non interessava alcun bene materiale, ma solo i suoi due gatti, che peròcamera non avevano alcuna voglia di abbandonare la casa e per convincerli è stata un’odissea di graffi. La divorziata, che l’unica premura che aveva era quella di recuperare quel pezzo di carta che, a sua detta , era stato tanto sudato e rappresentava il suo lasciapassare verso la libertà. La famiglia di colore, che in casa aveva un cantiere aperto poiché dopo la prima scossa si era decisa finalmente a ristrutturare, ma la seconda scossa non le ha dato il tempo. Le maestre dell’asilo, tutte attente a prendere quello che serviva ai loro bimbi seguendo un inventario scrupoloso diviso per sezioni. Madre e figlia di carattere completamente opposto, con quest’ultima che bacchettava
scuola-2la madre perché cercava di riprendere l’impossibile, ma se provavi a leggere a fondo nei suoi occhi lucidi, potevi capire che il servizio di piatti in oro zecchino per lei non aveva un valore economico, ma un valore affettivo. Era il servizio del suo matrimonio con  cui non aveva mai mangiato. E poi c’erano le poesie romane del suo defunto papà, le foto dei suoi nipotini, le lampade secolari di sua madre e sua nonna, il cappello in vimini delle vacanze al mare… ogni cassetto era un contenitore di emozioni. Quello che mi ha più colpito finora è stato un vecchietto  ultra ottantenne, che non si è minimamente preoccupato di recuperare qualcosa dentro la casa, il suo tesoro era in garage, intere scaffalature piene di olio, vino cotto, conserva fatta in casa, marmellata, frutta sciroppata, sottolio e sottaceti, tutto il suo lavoro di giorni e giorni che noi abbiamo recuperato per la sua gioia, sdebitandosi commosso col suo buon vino. Storie di circa 30 recuperi fatti dal nucleo di Sulmona, dopo soli 3 giorni, quando ne mancano ancora 4 al termine. Non so quali altre emozioni ci riserverà questo percorso, so soltanto che non c’è ricompensa più grande della stretta di mano, dell’abbraccio, del semplice grazie di chi ha perso quasi tutto e vorrebbe solo che quel maledetto cancro chiamato terremoto non avesse mai interrotto così bruscamente le loro abitudini quotidiane! Ecco cosa ce lo fa fare. (Marco Di Silvestro)

 

 

3 commenti:

  1. bravissimi per quello che fate !!!!!poche parole e molti fatti !!!!!!

  2. Nunzia Allegretti

    Siete da ammirare e dovreste essere di esempio a tanti.
    “Chi ce lo fa fare” vi chiedete, io rispondo: “Non è per una stretta di mano, ma perché siete UOMINI”
    GRAZIE!

  3. Grazie a voi per le belle parole!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *