Un dramma della grande guerra:La decimazione di Cercivento (Gen. b. c.a. Italo Giammarco

Voglio fare una premessa: quella che vi accingete a leggere è stata una pagina vergognosa della Grande Guerra scritta da ufficiali usciti dalla scuola di Cadorna (generale macellaio) ma, ancora oggi, alcune regole assurde permangono. Più volte è stata chiesta la riabilitazione di questi “martiri” e, addirittura, nel 2010 un’istanza fu presentata dall’allora ministro della difesa Ignazio La Russa e la risposta è stata: domanda inammissibile per mancanza della firma dell’ interessato. Si, avete letto bene: mancanza della firma dell’interessato. (Francesco Scipione)

VITTIMA UN BATTAGLIONE DELL’8° REGGIMENTO ALPINI

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23Dietro al cimitero di Cercivento, provincia di Udine, c’è un piccolo cippo in pietra con una targa in ottone, quattro nomi e il Tricolore. E’ un monumento unico in Europa perché è dedicato a quattro soldati formalmente “traditori”. Questo fatto è passato alla storia come la decimazione di Cercivento e i quattro soldati come “i fucilati di Cercivento”.Nel giugno del 1916 un Battaglione dell’ 8° Reggimento alpini, precedentemente impegnato sulle Alture del Coglians (Alpi Carniche),venne inviato al fronte per riconquistare la Cima 2 del Monte Cellon , il picco sovrastante Passo di Monte Croce Carnico (m. 1360). Il compito venne assegnato agli alpini della 109^ compagnia del Battaglione “ Monte Arvenis “. Erano di lassù i ragazzi della 109^ compagnia, Ortis di Paluzza, Matiz di Timau , Massaro di Maniago e Corradazzi di Forni di sopra. Pochi parlavano l’italiano, ma tutti conoscevano bene il Cellon, la montagna lì davanti, l’immensa schiena nuda e scoperta sulla cui cima stavano le mitragliatrici austriache a guardia del passo di Monte Croce Carnico. Nei loro paesi, lì sotto, pochi parlavano l’italiano e molti lavoravano in Austria. Quando dissero loro che l’Austria era il nemico, non capirono. Tuttavia alla patria obbedivano: Ortis s’era già meritato due medaglie al valore.


4Per riprendere il Monte Cellon il comandante dell’unità, il capitano calabrese Armando Ciofi, impostò una strategia d’attacco sbagliata che avrebbe portato l’intero reparto a morte certa. Infatti alla Compagnia venne dato l’ordine di attaccare in pieno giorno le postazioni austriache , uscendo allo scoperto per un lento e difficile tragitto sotto il tiro delle mitragliatrici. Ortis si fece portavoce delle perplessità dei suoi ragazzi e le espose al capitano: bastava attendere la notte, spiegò, e le nebbie che in quelle sere salivano ad abbracciare la montagna avrebbero protetto gli attaccanti. Inoltre chiesero fuoco di copertura e di utilizzare non gli scarponi, che avrebbero fatto rumore, ma gli scarpèts, le tipiche calzature friulane con la suola in tessuto. Essendo di quei posti, conoscevano bene i rischi di un attacco frontale in quella posizione. È, probabilmente, all’inizio della Grande guerra avevano rifiutato, a loro rischio e pericolo, di arruolarsi con gli austriaci.Ma il capitano non parlava furlàn. Lui veniva dalla Calabria e il suo mito era il generale Cadorna, “ il grande macellaio “ come fu definito. L’intera compagnia, 80 uomini, venne perciò consegnata ai Carabinieri e tradotta nel paese di Cercivento, retrovia del fronte dei combattimenti.Gli alpini vennero accusati dal proprio Comandante di Compagnia, di “ rivolta in presenza del nemico”. In realtà il rifiuto di quei soldati a conquistare la cima est della Creta di Collinetta, la sera del 23 giugno del 1916, era motivato dalla consapevolezza che l’operazione sarebbe stata un suicidio. A conferma di questa verità c’è il fatto che la cima del Cellon venne espugnata da un’altra Compagnia, e l’attacco avvenne di notte proprio come avevano suggerito i “disertori” poi fucilati.Nella Chiesa del paese, unica sala sufficientemente ampia da con-tenerli tutti, era stata organizzata l’aula del tribunale. Il parroco, sfidando i militari, aveva coperto l’ altare e portato via il Santissimo.Il processo, condotto da un Tribunale Speciale Militare presieduto dal Generale Porta, iniziò alle 17 del 29 giugno e si concluse alle 24 del 30 giugno. Le condanne vennero emesse alle 3 del mattino.In base all’ articolo 114 del Codice penale militare l’accusa di rivolta in presenza del nemico, per i quattro alpini si commutò in condanna a morte perché reputati i “capi” della rivolta, mentre per altri 29 vennero date pene da 10 a tre anni per un totale di 145 anni di carcere complessivi. Per i rimanenti il verdetto fu di assoluzione. La fucilazione venne eseguita il 1° luglio davanti al muro di cinta del piccolo cimitero di Cercivento.

 Joanna Bourke (storica e accademica,professoressa di Storia presso Birkbeck, Università di Londra), riferendosi ai metodi di istruzione di inizio secolo, afferma che “gli individui devono essere distrutti per essere ricostruiti come combattenti efficienti”. La medesima impostazione che frate Gemelli raccomandava allo scopo precipuo di realizzare una “gestione ottimale dell’esercito”. Attraverso questo tipo di educazione si doveva “abolire l’esercizio della volontà… La disciplina militare e l’esercizio militare hanno lo scopo di sostituire qualche cosa di automatico, di riflesso, di meccanico, all’esercizio della volontà”. Lo stesso vale per le lunghe marce, i giorni in prima linea senza riposo che annullavano la differenza tra il giorno e la notte, il costante frastuono delle esplosioni, la sete logorante e la fame di un rancio sempre in ritardo e sempre insufficiente. Erano tutte condizioni che contribuivano ad avvilire e deprimere il soldato portandolo a non poter far altro che obbedire anche agli ordini più improponibili, senza la forza di reagire né il desiderio di questionare. Per fortuna l’“archiviazione“ di Cadorna e l’avvento di Diaz annullarono questa mentalità becera e l’ uomo, il soldato, il combattente riacquistò il suo ruolo di primo piano per la gloria della Patria.

2 commenti:

  1. non so se fa riferimento allo stesso caso, ma il rifiuto di procedere alla riabilitazione degli alpini è esposto al bellissimo museo di Timau. Purtroppo l’ottusità dei comandi e la punizione dell’iniziativa personale è stata scontata pesantemente a Caporetto!
    mandi fruz

  2. Che un fascista come Ignazio La Russa si sia rifiutato di riabilitare le innocenti vittime dell’imbecillità dei nostri alti comandi di allora, non può meravigliare: stessa imbecillità! Anzi, forse peggiore!

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